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Vitamine
e sindrome di Down
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In
stampa su ASM - Educazione alla Salute, 1998
Qualche
settimana fa sono comparsi su alcune riviste (Insieme, La Repubblica Salute)
degli articoli che presentavano lesperienza di Dixie Lawrence e parlavano
della possibilità di migliorare lo sviluppo e la crescita dei bambini
Down attraverso una dieta alimentare particolare e soprattutto attraverso la
somministrazione di vitamine e aminoacidi.
La notizia arrivata dagli Stati Uniti , ha scatenato la curiosità di
molte famiglie e operatori.
Il testo che segue è un commento a questa notizia, a cura del prof. Pierpaolo
Mastroiacovo, membro del Comitato Scientifico dellAssociazione Italiana
Persone Down
VITAMINE E SINDROME DI DOWN
La storia di Madison
Dixie Lawrence è la madre di una bambina di sette anni con sindrome
di Down. Lha adottata poco dopo la nascita. Come tante altre madri
si è ribellata allidea del "non cè nulla
da fare". Vive negli Stati Uniti, è determinata, in grado
di navigare su Internet, comincia a studiare e ... scopre la cura per
il ritardo mentale: una miscela di vitamine, alcuni amminoacidi (tra cui
il triptofano), un po' di enzimi, e uno stimolante (piracetam, non approvato
dalla Food and Drug Administration, ma comunque non illegale e reperibile
negli Stati Uniti). Dixie ha unottima capacità organizzativa,
crede in quello che fa, apre un sito Internet, coinvolge altri genitori
e diffonde il suo credo. Oggi sua figlia Madison appare sorridente, probabilmente
va a scuola e fa quello che fanno tutti gli altri bambini della sua età.
La storia di Caterina
Anna Razzano è la madre di una signorina di 21 anni con la sindrome
di Down. Era nata con un grave difetto cardiaco. Come tante altre madri
21 anni fa si era ribellata allidea del "non cè
nulla da fare". Vive in Italia, è determinata, in grado di
comunicare con altri genitori, ma anche con medici, assistenti sociali,
psicologi, pedagogisti. Fonda, insieme ad altri, unassociazione
e ... non scopre la cura per il ritardo mentale, ma capisce quali sono
i diritti di sua figlia e li realizza. Caterina è stata curata
con successo per la sua cardiopatia, è andata a scuola, ha fatto
tutto quello che fanno i bambini e gli adolescenti, è stata educata
come tutti gli altri bambini. Ora lavora, usa i mezzi pubblici, trascorre
una settimana al mese in una casa famiglia, e diversi periodi di vacanza
al mare e in montagna con i suoi amici e gli operatori dellassociazione,
legge, scrive lettere, e disegna con grande soddisfazione. E in
grado di raccontare vivacemente i suoi successi e le sue difficoltà,
con molta simpatia.
Due
storie, stessi risultati?
Due storie, apparentemente stessi risultati. Identici? O uno migliore
dellaltro? Madison ha fatto "la cura" inventata dalla
madre, Caterina no. Solo una valutazione approfondita, uno studio molto
ben fatto, potrebbe darci la risposta. Bisognerebbe avere ad esempio 100
bambini e dare a tutti uno sciroppo, identico nellaspetto ma ...
diverso nel suo contenuto. A 50 di essi dovremmo dare lo sciroppo con
la sola aggiunta di menta, e agli altri 50 aggiungere menta e la miscela
di vitamine (e gli altri ingredienti). Adesso ci vuole un minimo di concentrazione
per seguire il discorso. La decisione di dare le vitamine a 50 bambini
si e a 50 no, dovrà essere affidata al caso. Il motivo è
estremamente semplice. Non potendo studiare 100 bambini esattamente identici
tra loro in tutto e per tutto, facendo decidere al caso chi deve prendere
le vitamine e chi no (ad esempio gettando una moneta in aria) saremo abbastanza
sicuri che i due gruppi di 50 bambini, nel loro insieme e mediamente,
saranno simili tra loro. Provare per credere. Tutta la ricerca seria,
e tutte le nuove cure vengono studiate con questo metodo. Che i medici
chiamano sperimentazione clinica controllata e randomizzata (dallinglese
"random"=casuale). Non è finita: nessuno, né i
genitori, né i medici che seguono i bambini dovrebbero conoscere
il contenuto dello sciroppo. Immagina la situazione. Sapere che stai prendendo
una medicina ti fa stare già meglio. E qualcosa di analogo succede
quando stai valutando lo sviluppo di un bambino con un problema come quello
della sindrome di Down. Il solo "credere fermamente" che migliorerà
ti fa essere più ottimista, e questo da fiducia al bambino, e proprio
questo lo aiuta a svilupparsi meglio. Si chiama effetto Hawthorne. Ben
noto nella ricerca medica e sociologica. Continuiamo a immaginare la nostra
ricerca ideale. Alla fine ci vorrà uno psicologo, anchegli
alloscuro del contenuto dello sciroppo, per valutare mese dopo mese,
anno dopo anno lo sviluppo e le capacità di questi 100 bambini.
Le sue valutazioni alla fine verranno messe in rapporto allo sciroppo
A e allo sciroppo B (ancora nessuno sa che cosa ci sia dentro!). Ottenuti
i risultati il ricercatore principale potrà svelare il segreto.
E vedere se A conteneva le vitamine oppure era un semplice sciroppo alla
menta.
È necessario fare questa ricerca?
Ma è proprio necessario fare una ricerca del genere? Perché
non vediamo se è già stato fatto qualcosa di simile nel
passato, e se possiamo trarne qualche informazione? Utilizziamo una serie
di banche dati mediche (la più nota è la Medline, ma ce
ne sono diverse) e affidiamoci ad uno specialista in revisione sistematica
dei lavori già pubblicati. Si scopre che le ricerche su questo
argomento sono abbastanza numerose. La valutazione dellefficacia
delle vitamine, o di altre sostanze, ipotizzate come utili per "curare"
o comunque aiutare lo sviluppo dei bambini con la sindrome di Down, è
iniziata almeno 30 anni fa. I risultati? Positivi: le vitamine funzionano,
talvolta, guarda caso quando i ricercatori avevano utilizzato le sostanze
in un solo gruppo di soggetti, senza controlli, e senza altra regola seria
per svolgere la ricerca. Negativi: le vitamine non producono alcun effetto
apprezzabile, tutte le volte che la ricerca è stata condotta in
modo serio e corretto. Non si tratta di risultati discordanti, si tratta
di risultati concordanti in funzione del metodo, corretto o no. Non solo,
ma almeno una ricerca (seria), indica che la somministrazione di triptofano
è associata ad una maggiore frequenza di spasmi infantili, una
forma di epilessia.
Ci dobbiamo fidare?
Ci dobbiamo fidare delle ricerche serie? Possiamo affidare il nostro destino
e quello dei nostri figli a queste ricerche? Usare solo gli interventi
efficaci? Le vitamine, per esempio, male non fanno, perché non
utilizzarle? Qui il discorso si fa un po' più difficile. Perché
richiede un rigore che può essere frainteso, ma la risposta è
di nuovo una sola: si, dobbiamo usare solo e soltanto gli interventi che
sono efficaci. Agli altri dobbiamo accostarci con estrema cautela. Il
motivo è molto semplice. Se un intervento è efficace nella
bilancia tra vantaggi e svantaggi, leventuale piccolo rischio che
devo pagare è accettabile nei confronti del vantaggio sicuro che
avrò. Se invece, al contrario, un qualche intervento non è
efficace avrò sempre uno sbilanciamento. A fronte di un vantaggio
nullo, gli svantaggi noti, ma soprattutto quelli ignoti o poco percepibili,
sono superiori, anche se minimi. Un prezzo insomma che non vale la pena
pagare. Un concetto semplice, mi pare. Che ognuno di noi mette in pratica
ogni giorno. Oppure cè qualcuno disposto a comprare in borsa
delle azioni che possono scendere ma sicuramente non rendono nulla?
Ma allora perché tanti cadono nella trappola, e corrono solo
il rischio degli svantaggi?
I motivi sono molti. Il primo è semplice: ignoranza. Molti non
sanno che largomento vitamine (e sostanze simili) è stato
già affrontato. Molti non conoscono i neonati, i bambini e le persone
con la sindrome di Down. Laltro motivo è la speranza. "Si
ho capito perfettamente, non è vero ma io ci credo. Lasciatemi
sperare". Fu questo il commento di una madre alla fine di un congresso
organizzato circa 10 anni fa da uno dei tanti visionari, nostrano e senza
Internet, che "dimostrava" lefficacia delle vitamine per
"curare" le persone con la sindrome di Down. E il grido
di dolore conseguente allaffermazione, errata, magari sentita una
sola volta ma rimasta come un tarlo nel cervello, del "non cè
nulla da fare". Lultimo dei motivi (per alcuni) è il
fascino sottile, segreto, inconscio della fiducia nelle terapie alternative.
Affermare che la scienza ufficiale non capisce, non sa trovare le soluzioni
(specialmente se ti ha chiuso in faccia tutte le porte) può ridare
fiducia a chi è stata tolta. Immaginare che una madre volitiva
scopra la cura per il proprio figlio, è vero è proprio affascinante.
Il guaio è che anche lei, come tutti gli altri, deve dimostrare
i suoi successi.
In conclusione...
La ricerca è importante, è essenziale per migliorare le
nostre conoscenze, ma attenzione, bisogna farla secondo criteri rigorosi.
E chi non lo fa, deve saper almeno leggere le ricerche degli altri. Informare
è importante, ma attenzione, ogni informazione va vagliata secondo
criteri rigorosi. Internet, o la televisione, non sono affidabili in quanto
tali, vanno sottoposte a critica, a verifica, soprattutto Internet.
E...
le vitamine?
Il problema rientra nei problemi della pediatria e della nutrizione. I bambini
con sindrome di Down, o quelli biondi, che stanno bene, per quel che se ne sa
fino ad oggi, non sembra che abbiano necessità maggiori degli altri.
Non sembra...? dunque...? Dunque... se ci sono ipotesi ragionevoli e robuste
per sospettare che sia necessario un apporto maggiore di vitamine, di amminoacidi,
di triptofano (no questo proprio no, ha dei rischi dimostrati!) di piracetam,
vediamole queste basi, analizziamole e si programmi una ricerca seria. Sarò
ben felice di collaborarvi. Ho sete di sapere "vero".
Prof.
Pierpaolo Mastroiacovo
Clinica pediatrica Policlinico Gemelli, Roma
In stampa su ASM - Educazione alla Salute, 1998
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