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Un papà cresce con la sua famiglia

Date: Fri, 07 Jun 2002
Da: "Andrea"
A: <[email protected]>

Quando eravamo fidanzati, l'idea di famiglia che Antonella ed io ci eravamo fatti assomigliava parecchio a quella che si vede in tante pubblicità televisive: la famiglia "a posto", "per bene" e in una perenne condizione di inscalfibile felicità. Ovviamente progettavamo di avere dei figli. Avevamo deciso di applicare i metodi naturali per la regolazione delle nascite, perché ci sembravano più rispettosi della persona nella sua interezza.

Avevamo anche sentito parlare di test prenatali, ma eravamo concordi nel non volerli richiedere, in caso di gravidanza, perché ci sembrava che una vita, una volta concepita, non dovesse più essere messa in discussione da noi genitori, anche in caso di previsione di gravi malformazioni e anche per il rischio che comportano per il nascituro.

Appena un mese dopo il matrimonio abbiamo scoperto con gioia di attendere un bambino, ed è nata la nostra prima figlia, Letizia, che ora ha sei anni.

Lei ha rappresentato una novità assoluta nella nostra vita: l'esperienza che ogni coppia fa quando nasce il primo figlio, ma che al tempo stesso è unica e difficilmente spiegabile agli altri.

Nei mesi che precedevano il parto, Antonella mi chiedeva spesso se pensavo alla creatura che stava per nascere, e io le rispondevo che era molto difficile per me pensare ad una persona che ancora non conoscevo. Ed in effetti fino al giorno in cui Letizia è nata, non sono proprio riuscito a immedesimarmi nella veste di papà, e ad "entrare in rapporto" con la mia futura figlia. Per Antonella era molto diverso, penso in quanto lei la portava in grembo, e questo naturalmente cambia moltissimo le cose.

Poi Letizia è nata dopo un travaglio non facile, durato quindici ore e al quale ho partecipato - per come potevo - a fianco di Antonella, e dopo un giorno dalla "presentazione ufficiale" già mi sentivo innamorato di mia figlia: era prepotentemente entrata nella mia vita.

Letizia è sempre stata una bambina vispa ma tranquilla, ci lasciava dormire, e non ha mai avuto particolari problemi di salute.
Ovviamente ci impegnava, come ogni bambino. Ma la sua presenza non rompeva quell'idea di famiglia perfetta che ci eravamo costruiti prima del matrimonio.
Così, dopo due anni, abbiamo deciso che potevamo dare a Letizia un fratellino. E magari un maschio, per fare - come si suol dire - "la coppia".

Il 2 aprile 1998, un mese prima della data prevista, Antonella avverte che il bambino sta per nascere. Corriamo in ospedale, e dopo appena venti minuti viene alla luce Valerio.

Le ostetriche fanno venire un pediatra, e ci spiegano che è la prassi per i bambini nati prematuri. Lui fa osservare al ginecologo il particolare taglio degli occhi del bambino, ma io non do troppo peso alla cosa, perché gli occhi vagamente "a mandorla" sono una caratteristica di famiglia. Poi Valerio viene ricoverato in neonatologia.

Ma il giorno dopo il pediatra ci convoca e con un certo imbarazzo ci comunica che nostro figlio ha la Sindrome di Down. Antonella scoppia a piangere, e io mi ritrovo a cercare di consolarla mentre vorrei non esistere, tanto è il dolore che mi prende.

Improvvisamente crolla il sogno della famiglia perfetta.

Nei primi giorni sperimentiamo una unità di coppia nuova. Siamo più attenti all'altro, ci vogliamo più bene. Ma nel periodo che segue al dolore che proviamo se ne aggiunge un altro: la scoperta che io e Antonella viviamo questa situazione in maniera completamente diversa, e questo rischia di creare una frattura fra di noi.

Lei non riesce ad accettare l'idea che nostro figlio sia Down, pensa continuamente e con angoscia agli ostacoli e dalle limitazioni che nostro figlio avrà nella vita. Io, dopo il primo momento di smarrimento, cerco di affrontare la situazione di petto, ma questo mio comportamento mi allontana da Antonella, che avverte in me una certa superficialità.

È come un faro nella notte l'aiuto concreto e il conforto di tante coppie di amici, che in mille modi si fanno vicine a noi in questo periodo.

Inizia un periodo di esami, visite da esperti in riabilitazione e aiuto allo sviluppo, per capire cosa concretamente dobbiamo fare come genitori per aiutare nostro figlio fin dai primi mesi.

Veniamo in contatto con alcune associazioni di genitori di bambini e ragazzi Down, che ci invitano a vedere un po' più positivamente il futuro di nostro figlio.

A un certo punto comincia a preoccuparci l'idea di come Letizia accetterà il fratellino; lei non fa mai domande, ma temiamo che covi qualcosa. Un giorno la prendiamo in disparte e parliamo di Dumbo, che aveva appena visto in tv, e delle sue grandi orecchie. "Vedi? - le diciamo - Tutti lo prendevano in giro, ma la sua era una grande dote, altro che uno svantaggio. Bisogna evitare di farsi beffe degli altri solo perché hanno qualcosa di diverso". È stato lo spunto per parlarle apertamente di Valerio, e lei ha accettato la cosa senza reazioni negative, con molta serietà e semplicità.

Qualche mese dopo, Antonella attende un altro bambino. Nel settembre del 1999 nasce Damiano.

L'arrivo del terzo figlio si rivela un grande aiuto, per noi. Si potrebbe pensare che un bambino in più, in una situazione come la nostra, venisse solo ad aggravare le cose.

Invece ci aiuta a vedere anche Valerio con occhi nuovi, e a non pensare con ossessione alla sua Sindrome.

Nel frattempo mi viene chiesto di assumere la Presidenza dell'Associazione che raduna le famiglie dei Down della mia città. Accetto, soprattutto perché mi sembra un'opportunità di aiuto a mio figlio. Ma col passare dei mesi questa "carica" mi fa aprire ad una dimensione diversa, di servizio disinteressato a queste famiglie. Inoltre Antonella ed io ci sentiamo arricchiti dal contatto con altre famiglie che vivono la nostra stessa realtà, e ci mostrano quale dono possono essere questi bambini per noi.

Il mestiere di genitore non è semplice, tanto più se pensiamo che Valerio richiede a noi due un impegno particolare: ciò che ci ostacola sono le divergenze, che spesso sorgono, su come dobbiamo trattarlo, quale deve essere il nostro atteggiamento per essergli maggiormente di aiuto. Ma abbiamo capito che se ciascuno di noi fa le cose "a modo suo", senza confronto con l'altro, facciamo dei grandi pasticci. Se invece ci parliamo, e magari discutiamo anche, i nodi vengono al pettine e possiamo migliorare entrambi.

Man mano che Valerio cresce, si presenta a noi con la sua personalità: io confesso che anche per lui l'amore è stato "a prima vista", ma nei periodi successivi è stato arricchito dalla scoperta del suo essere, della sua simpatia, della sua finezza di carattere, del suo stare bene con gli altri e donare continuamente gioia a tutti. Raramente è triste o piange, e se lo fa è per un preciso motivo, quasi mai per capricci. C'è una cosa che un po' mi infastidisce, quando mi dicono: "eh, si, i Down sono così". C'è in giro l'idea che debbano essere per forza tutti uguali, e vengono loro affibiati stereotipi che a mio avviso li privano, almeno in parte, del loro essere persone, uniche e non ripetibili.

La nostra vicenda, per il momento, si conclude qui: non è una storia a lieto fine, se non altro perché...è appena all'inizio! Siamo felici di Valerio, siamo grati a Dio per avercelo donato, e continuiamo a ringraziarlo ogni giorno per la gioia che ci dona. Non è un bambino "con problemi", o meglio, lo è come tutti gli altri; anzi, per certi aspetti gli altri due ci danno più grattacapi...