Sebbene la pediatra gli abbia consigliato di aspettare qualche giorno

Da: "Cristina"
Inviato al Forum www.sindromedown.it il 7 Aprile 2004
E a [email protected] il 24 Maggio 2004,

per contribuire alla raccolta di testimonianze dei familiari sulla comunicazione della diagnosi, raccolte in: "Quando nasce un bambino Down"

Proprio oggi sono andata a vedere una sala parto, dove, incrociando le dita, nascerà quest'estate la mia terza bambina. Sono fissata con il parto in acqua: in vasca è nata due anni e mezzo fa la sorellina di Lucrezia, e sono convinta che il suo temperamento passionale sia frutto anche di quella bellissima esperienza.
En passant, la gentile ostetrica toscana mi ha fatto vedere anche la sala parto tradizionale, con lettino ostetrico classico modello "gambe in aria con ginecologo bisturizzato in dotazione". In una stanza come quella è nata Lucrezia, ormai 4 anni or sono.
Ho risentito forte il contrasto tra l'atmosfera ovattata della sala con le luci soffuse e i suoni attutiti come vuole la pratica del parto dolce, solo mio marito presente e io che sguazzavo nell'acqua calda, con il clima che si respirava nella stanza dove è nata Lucrezia: l'ostetrica che scherzava ad alta voce con il ginecologo, di fianco a me un infermiere che alzava sempre di più il volume della TV, io che cercavo anche di non lamentarmi per evitare che l'alzasse ulteriormente, mio marito che non arrivava mai. Io e la mia bambina eravamo in mezzo a quel "bar sport", ma non ci importava: tra poco ci saremmo conosciute e abbracciate, e al diavolo a quei maleducati.
L'immobilità mi pesava, ma siccome avevo avuto la rottura del sacco amniotico secondo loro non dovevo assolutamente muovermi dal letto. Inoltre, per velocizzare un travaglio già di per sé veloce mi avevano attaccato la flebo di ossitocina, a causa della quale le contrazioni si susseguivano fortissime. Lucrezia è nata dopo 4 ore di travaglio, non ho praticamente mai urlato (o forse a causa del volume della TV non sono riuscita a sentirmi) e ho sopportato stoicamente ogni "vessazione" dell'equipe medico-infermieristica. Quello era il loro stile, ma io me ne fregavo: stava per nascere mia figlia; la prima gravidanza mi era sembrata interminabile (è incredibile come quelle successive volino!), non vedevo l'ora di conoscere quella bambina tanto attesa e sognata. Nessun dolore mi pareva paragonabile alla cosa fantastica che sarebbe seguita… conoscere finalmente Lucrezia! Chissà come l'avrebbe adorata, Claudio, che tutte le sere le parlava nella pancia. E chissà come l'avrebbero viziata i nonni, la loro prima nipotina… avrei dovuto faticare sette camicie per tenerli a freno. Questi pensieri meravigliosi mi facevano sopportare il dolore tremendo, avevano un effetto come anestetizzante ed euforizzante.
Durante il travaglio di Virginia, un anno e mezzo dopo, Claudio è rimasto sconvolto dai miei urli, che gli facevano pensare addirittura che le cose non stessero andando bene. Per fortuna, invece, tutto procedeva benissimo e velocemente. Solo che non volevo pensare al "dopo". Non volevo immaginarmi quest'altra bimba per non avere una nuova delusione, che non avrei retto. E poi dovevo gridare anche per l'altra volta, per tutto quel dolore trattenuto e poi scoppiato poche ore dopo. Adesso mi sono messa in pari, con gli urli, e forse nel prossimo parto riuscirò a non sconvolgere tutta la clinica.
Ad un certo punto ho capito che c'eravamo. Il gine e l'ostetrica hanno smesso di scherzare ed hanno iniziato a prestarmi attenzione. Un'infermiera mi ha accarezzato una mano (l'unico gesto gentile che ricordo) e mi ha detto: "dai, che se non nasce a questa spinta, nasce alla prossima!". Nooo, non ci posso credere, Lucrezia, ci siamo già! Così poco, ci è voluto, per avere la mia Lucrezia!
Quella spinta è bastata, Lucri ha iniziato subito ad urlare e l'infermiera ha esclamato "che bella pupona!". L'hanno portata subito nell'altra sala, dal pediatra, come ci avevano detto al corso pre-parto dell'ospedale, e quindi non mi sono insospettita di niente. Claudio ha domandato: "va tutto bene? Posso andare a telefonare?". L'infermiera ha esclamato: "non senti quella? Strilla come un'aquila!". In effetti Lucrezia non doveva gradire le attenzioni del neonatologo, perché piangeva come una disperata. Comunque l'infermiera è andata ad informarsi, e ha dato il via libera a Claudio per telefonare ai parenti. Adesso che ci penso potrei farle causa per avere in risarcimento una ricarica di telefonino, dato che poche ore dopo ci è toccato rifare il giro di tutti.
Era notte, chissà perché i bambini nascono tutti di notte. Claudio è tornato a casa, io ho riposato fino alla mattina. Mi sono alzata per andare fino al nido a vedere la bimba, che mi avevano mostrato di sfuggita mentre il ginecologo-sarto faceva il suo lavoro. "Oddio, come sei bruttina!", le avevo detto per celare l'orgoglio di madre. In realtà mi era sembrata proprio bellina, per essere una bimba appena nata, con dei begli occhi blu a mandorla come i miei. Che fortuna, aveva preso i miei occhi! Speriamo che rimangano blu!
In quel momento è arrivato Claudio, con i nonni. Siamo andati insieme al nido, e l'incantesimo si è rotto. La bimba era in incubatrice, non potevamo prenderla. La pediatra ci chiedeva se c'erano casi di favismo in famiglia, perché qualcosa negli esami del sangue non andava. Che delusione! Non era perfetta! Ma come era potuto succedere?
Tutti se ne sono andati, io ho iniziato ad annoiarmi leggendo giornali di mamme e bimbi perfettini in stanza e ho mangiato un petto di pollo filaccioso sperando che mi venisse il latte e che la bimba si riprendesse presto. Ero però molto delusa. Inoltre vederla mi aveva dato un'emozione strana. Sentirla così distante in incubatrice aveva bloccato il processo di attaccamento. Ma era mia figlia quella?
Nel pomeriggio ritorna Claudio. Ha parlato con la pediatra. E' strano, smanioso. Andiamo a vedere la bimba ma lo sento molto freddo con lei, e questo aumenta di più la mia delusione e la mia inquietudine. Finalmente decide di vuotare il sacco, sebbene la pediatra gli abbia consigliato di aspettare qualche giorno. Per fortuna ha seguito il suo istinto e me l'ha detto subito: non avrei resistito altri giorni con quella strana disposizione d'animo. Nel seguito mi sono sentita molto fredda. Della bimba non me ne fregava niente: magari morisse! Con quello che mi aveva fatto… non la volevo nemmeno rivedere né chiedevo mai informazioni sui suoi controlli di salute.
Ho raccolto le mie cose e me ne sono tornata a casa, a raccogliere le idee. Il giorno successivo siamo tornati in ospedale, e io volevo trovare il modo per scappare da quella situazione. Lo psicologo dell'Ospedale, un vero deficiente, ci ha detto che potevamo anche non riconoscerla. Ecco, quella era la strada! Non l'avrei riconosciuta. Era meglio anche per la bambina, tanto non mi sentivo assolutamente capace di amarla e di accettarla. Come l'avrei cresciuta? Non se lo meritava, in fondo, così piccolina e indifesa, senza nessuno che le voleva bene.
Poi, con il passare dei giorni, ci siamo un po' tranquillizzati. Andavamo a trovare la bimba, che mi faceva sempre una gran tristezza, così "spenta" rispetto ai pupetti tutto pepe che c'erano nella neonatologia. Ci metteva tantissimo a mangiare dal biberon, non si attaccava al seno. Sembrava che non avesse stimoli a vivere. Abbiamo deciso di tenerla, ma non è stata una scelta derivante da un improvviso amore per la bimba. Semplicemente ci abbiamo ragionato: avremmo avuto altri figli, ci saremmo impegnati per crescerla al meglio.
Piano piano, con le cure familiari, Lucri ha iniziato a "svegliarsi" e diventare sempre più vitale. I primi sorrisetti sono arrivati presto e, nonostante tutto, ci hanno riempiti di gioia. Abbiamo passato una bella estate insieme alla nostra bambina, che era molto buona e ci lasciava riposare (poi l'abbiamo ripagata nei mesi successivi…). Ci siamo ricaricati bene, e questa bella atmosfera ha favorito l'attaccamento. Con lei però è stato un processo graduale, cerebrale. Non c'è mai stato l'idillio, l'innamoramento assoluto e irrefrenabile come è successo con la seconda figlia.
Ci sono stati tanti momenti difficili, nella crescita di Lucrezia. Alcuni momenti belli, ma anche tante giornate no. Spesso ho continuato a pensare a come sarebbe stata la nostra vita senza di lei. Di certo ci ha maturati, ci ha fatto apprezzare di più le piccole cose della vita. Ma quanto sarebbe stata più facile! Crescere un bambino "normodotato" dopo uno con sdd è una vera passeggiata. Ancora adesso ci penso, nonostante che stiamo attraversando un momento molto bello. Con la sorellina sono molto affiatate, giocano tantissimo e ci fanno spesso ridere. Virginia è una meraviglia della natura, piena di passione e di iniziative, e la sorellona la segue con entusiasmo e con sguardo materno. Virginia, inoltre, la tiene molto in considerazione: chiede sempre la sua opinione e continua ad insistere finchè lei non risponde. Questo la inorgoglisce molto.
Inizia a parlare discretamente, e ieri mi ha raccontato un suo sogno: "mamma, ti devo dire una cosa. Ero in un castello pieno di gelati. C'era mamma, nonno Gino, nonna Maria. Babbo no.". "E tu quanti gelati hai mangiato?". "Taaaanti tanti. No, solo quattro!". E' appena arrivata in casa tutta contenta con una torta al cioccolato "comprata al Sorno", come ha detto lei.
Credo che Lucrezia sia una bimba felice, noi siamo sereni. Per il momento non chiedo niente di più alla vita. In attesa di Anita.
In bocca al lupo a tutti i neogenitori.
Cristina