Un'esperienza con gli scout.
"Andrea è sempre allegro"

From: "Edi"
To: "[email protected]"
Date: Tue, 28 Sep 2004 16:58:16
Subject: Un'esperienza con gli scout

Qualche mese fa, dietro pressante consiglio di amici ed “esperti” abbiamo cominciato seriamente a pensare di iscrivere Andrea ad un gruppo scout. Tutti unanimemente insistevano sulla validità dell’esperienza in favore dello spirito di gruppo e dell’autonomia personale. Abbiamo chiesto ad Andrea cosa ne pensava. Era molto eccitato all’idea: sognava l’avventura, in tenda, tutti intorno ad un bel falò. -Sììì…. Capanna-fuoco!- diceva con entusiasmo.
E così l’avventura è cominciata.
Mio marito ed io eravamo convinti solo in parte. Si parla tanto degli scout ma, devo confessare che noi ci siamo sentiti un po’ degli estranei, dei diversi quando siamo piombati in un gruppo di genitori e bambini uniti non solo da una filosofia di vita ma anche da regole, motti ed un codice verbale che ci erano incomprensibili. Quando portavo “la cocci” alle “riunioni di cerchio” mi sentivo un po’ come se stessi portando Andrea dal dottore per una qualche terapia. Mah!? Dicono che fa bene, proviamo. Non riuscivo molto a capire cosa facevano e quanto Andrea riuscisse a percepire e partecipare. Abbastanza inutili erano i tentativi di chiedere direttamente a lui. -Giocato-, rispondeva regolarmente. Avevo l’impressione che molte delle attività fossero basate sulla verbalizzazione, magari bellissime storie e canzoni, ma per lui difficili da seguire. Sapevo però che il gruppo a cui ci eravamo rivolti aveva una consolidata esperienza anche con bimbi speciali e mi fidavo.
Nella primavera sono stati organizzati due “voli”. Come? Che cosa sono? Due uscite per il fine settimana. La prima volta Andrea era eccitatissimo. Abbiamo fatto le prove su “come usare il sacco a pelo” stesi sul pavimento del soggiorno. Già tre giorni prima della partenza Andrea aveva voluto mettere tutto l’occorrente in fila nella sua stanza: zaino, sacco a pelo, torcia, borraccia e così via. L’esperienza è stata positiva. Credo che il suo coinvolgimento emotivo sia stato altissimo: tornato a casa ha dormito 14 ore filate!
Poi è venuto il momento di pensare al campo estivo. UNA SETTIMANA LONTANO DA CASA. Per Andrea non è mai stato un problema andare a dormire dai nonni o dalla zia e stare lontano da noi anche per diversi giorni. Ma questa volta era diverso. Niente parenti affettuosi pronti a coccolarlo, niente fratello. Bisognava che se la cavasse da solo.
Abbiamo deciso di provare. Mancavano ancora alcuni mesi, il problema lo sentivo ancora lontano. Qualche tempo dopo, in occasione di un incontro domenicale, i capi mi hanno affrontato ricordandomi che il problema si stava avvicinando. Erano dubbiosi su come gestire la presenza di Andrea al campo. Avevano paura che Andrea scappasse, perché avevano notato che agli incontri del sabato spesso si allontanava dal gruppo. Che potevo dire? Dovevano essere loro a gestirsi la situazione. A casa non succedeva che si allontanasse. Magari si sedeva a giocare nascosto da un albero, da un casotto nel prato vicino a casa, oppure andava nel giardino di qualche amico. Ci faceva spaventare perché non avvisava dei suoi spostamenti, ma scappare mai. Ma come facevo a dare delle garanzie? Magari in un altro ambiente con persone diverse la reazione avrebbe potuto essere diversa. L’unico consiglio che potevo dare era di spiegargli chiaramente cosa poteva e non poteva fare e dove non doveva andare. Avrebbero dovuto cercare di tenerlo impegnato, magari chiedendo la collaborazione degli altri bambini. Non mi sembravano convinti. Ho cercato di fare un esempio pratico. Proprio quel giorno avevo notato che facevano un gioco a squadre piuttosto complesso e, nonostante le insistenze dei capi a partecipare, Andrea si appartava. Secondo me il gioco non era adeguato a lui. La risposta è stata lapidaria: -Eh, ma non possiamo mica giocare sempre ad acchiapparello, ne abbiamo altri trenta di bambini da badare-. La saggezza dell’età mi suggerì di contare fino a dieci prima di rispondere. Poi ho spiegato che ero perfettamente d’accordo sul fare giochi strutturati, ma che per coinvolgere Andrea il gioco doveva essere “adattato” anche a lui, assegnandogli un ruolo semplice ma chiaro nella squadra. Ad esempio: “Andrea, stai attento e cerca di toccare i bambini dell’altra squadra quando passano qui da te”.
La cosa più o meno è finita lì. Loro un po’ risentiti e delusi nelle loro aspettative, ed io di più.
Abbiamo riflettuto molto a casa a proposito di questo campo estivo. Andrea voleva andare. Io avevo paura. Mio marito era diplomaticamente “aperto a qualunque decisione”. Luca, il fratello, era perplesso.
Andrea voleva andare. Dopo centomila raccomandazioni lo abbiamo mandato.
Andrea ed io abbiamo impiegato quasi un giorno intero a preparare lo zaino. Abbiamo impacchettato i vestiti, l’occorrente per la toeletta, per il pranzo, per la notte… Avevo lo stomaco stretto. Ho sempre avuto una grande fiducia in Andrea, ma questa volta il compito era troppo arduo. Ha solo dieci anni, non ce la farà mai, ho pensato.
Poi il momento della partenza. Ed eccomi lì, io la donna coraggiosa che ho sempre creduto di essere, mi sentivo come una vera mamma chioccia. Avrei voluto dire tante cose ai capi, ma poi ho solo farfugliato -Non vi spaventate se scoppia a piangere all’improvviso. Probabilmente è solo mal di pancia-. Poi il momento degli addii. –Non telefonate- ci hanno detto –da ora in poi black-out, se c’è qualcosa chiamiamo noi-. Mio marito li ha congedati con un sorriso ed un “in bocca al lupo!”. Un ultimo saluto alla mia “coccinella” che chiacchierava e rideva con i compagni, e via!
Sono partiti la domenica. Abbiamo pensato: “lunedì sera al massimo chiamano!”. La casa era vuota. Luca era triste, soprattutto la sera quando si avvicinava il momento di andare a dormire, che per i miei figli è un momento “solenne”, fatto di coccole, chiacchiere, scherzi e risate.
Ogni volta che squillava il telefono ci guardavamo con gli occhi spalancati.
E’ stata la settimana più lunga della mia vita. Non hanno telefonato. E poi il momento di andare a riprenderlo. Un viaggio di due ore, per noi interminabili. Ansiosi del resoconto di questa “lunga” settimana. Pronti a tutto. Gli altri genitori ansiosi come noi, o anche di più. Il primo resoconto l’abbiamo avuto da un compagno di classe di Andrea che è arrivato fra i primi. Mi ha abbracciato e mi ha detto: -Andrea ora arriva. E’ stato bravo, ha mangiato ed ha pianto meno di tutti-. Poi ci siamo avvicinati con cautela ad uno dei capi scout, pronti per la “doccia fredda”. Mi ero figurata varie soluzioni nella mente: da un “E’ stato un incubo” ad un “Sì, sì, tutto a posto”. I commenti invece sono stati semplicemente molto buoni. Andrea aveva ampiamente superato la prova. Si era presto staccato dai capi a cui inizialmente si appoggiava in cerca di aiuto e conforto ed aveva fatto gruppo con gli altri bambini. Si era fatto degli amici. E non solo, come pensavo io, fra le bambine più grandi dotate di un particolare spirito materno, ma fra i coetanei, anche quelli più scalmanati. Anche gli altri bambini hanno imparato molto da lui. Lo aiutavano quando era in difficoltà. Hanno scoperto i suoi lati positivi. Hanno imparato a conoscere quella persona che stava nascosta dietro a strani sfarfallii, mugolii, dondolii, a cui si erano ormai abituati nei fugaci incontri del sabato pomeriggio. Anche i capi erano contenti. Avevano imparato molto. “E’ stata una lezione di vita” ci hanno detto. Una di loro però ci ha confessato che alla partenza era molto preoccupata, e sapete perché? Per quell’“In bocca al lupo” detto da mio marito con un pizzico d’ironia. -Cosa avrà voluto dire?- continuava a pensare, e poi ha aggiunto -Quella frase mi è frullata in testa per tutto il viaggio e oltre-.
Il momento delle premiazioni è stato emozionante. Andrea è stato nominato “coccinella del prato” (e a giudicare dal suo faccino fiero e soddisfatto deve essere un traguardo importante), per aver dimostrato progressi in tutti i campi ed aver svolto bene i compiti assegnati. Non mi sarei aspettata tanti elogi. E una cosa almeno l’avevo imparata: i suoi capi scout le cose non le mandano a dire e per pietismo non fanno niente.
Una volta a casa nel taschino della camicia dell’uniforme ho trovato un distintivo con sopra scritto:

“Andrea è sempre allegro”.

Edi Cecchini Pisa, 28 Settembre 2004